Paolo Trianni

La Missione tra Continuità e Innovazione

Grazie di questo secondo invito. Il tema concordato con il direttore esecutivo Don Paul Herman, è quella della missione tra continuità e innovazione. Questo titolo riflette un seminario che è stato attivato all’interno del programma di licenza in missiologia all’università gregoriana.

Cercherò quindi di mettere a fuoco gli aspetti di continuità che contraddistinguono la missione, ma soprattutto la necessaria innovazione. Mi sembra importante, anche perché celebriamo i 60 anni di Ad Gentes, che ha aperto una nuova pagina nella storia della missione.

In che cosa consiste la continuità? E in che cosa consiste l’innovazione?

La continuità è il dovere di annunciare la parola salvifica di Cristo. Questo non cambierà mai.

Per spiegare, invece, in che cosa consiste l’innovazione potrei raccontare un aneddoto. Qualche anno fa io e padre Bryan Lobo, quando era decano della facoltà di Missiologia – sapete che oggi la facoltà è sospesa ed è diventata solo una licenza specialistica all’interno di Teologia – abbiamo deciso di rinnovare la nostra brochure, sapete quei volantini con 4 facciata per fare pubblicità…

Devo dire che esteticamente non venne bene la locandina, ma il messaggio era forte, perché spiegava per immagini le molte attività che oggi ci sono dietro la parola missione.

Intanto un Cristo risorto che è nel mondo, ed una missione che riguarda i problemi del mondo.

Il rinnovamento della missione, infatti, riguarda essenzialmente due ambiti:

  1. Il prendere atto dei nuovi sviluppi teologici

  2. Prendere atto dei nuovi contesti sfidanti e problematici

1. Per quanto riguardo i nuovi sviluppi teologici possiamo dire, semplificando, che dobbiamo prendere in considerare la teologia di Karl Rahner, e soprattutto come la missione non abbia più accento non più sotoriocentrico, cioè concentrato in modo esclusivo sulla salvezza, com’era in passato.

In generale, però, credo di averlo detto anche l’anno scorso, la missiologia è cambiata perché, rispetto al passato, si occupa di molte più cose e diverse fra loro:

  • Pastorale anche con in nuovi social media

  • Teologia delle religioni

  • Ecumenismo

  • Ecologia integrale (immigrazione, giustizia sociale)

  • Teologia della pace

  • Dialogo interreligioso

  • Persino diritto alla libertà religiosa, che può sembrare un paradosso per un missionario.

Purtroppo i nostri vescovi, penso soprattutto a quelli italiani, non hanno capito che oggi la missione ha questo volto. E si fa anche qui, in Occidente, non solo in terre lontane.

Una domanda che vorrei porre è: chi è secondo voi il missionario che più di ogni altro ha insegnato il necessario rinnovamento della missione, il suo nuovo volto?

Papa Francesco!!

Evangelii Gaudium, Laudato sì, Fratelli tutti. Sono tre testi fondamentali per capire che cos’è la missione oggi.

2. Per quanto riguarda i nuovi contesti sfidanti, bisogna ribadire che l’annuncio missionario non si fa mai in astratto:

  • Lo si fa in rapporto al contesto

  • E lo si fa in rapporto all’epoca storica

a) Per quanto riguarda i contesti, oggi ci sono delle chiese locali, con valide università, ed interessanti teologie contestuali, vive, persino geniali, in India, in Cina, in Africa. quindi è meno necessario e meno opportuno che un europeo vada in quei contesti. Ma soprattutto non ci sono solo contesti culturali, ma anche contesti sociali che richiedono un’azione pastorale e missionario mirata (la scuola, il giornalismo, i poveri, i migranti, i carcerati, i malati, i diritti, la politica, lo sport, il fine vita, ecc.) Senza contare che il movimento migratorio ha portato qui in Occidente i popoli di altri continenti. Ad esempio, una suora cinese nostra collega in Gregoriana, fa missione tra i cristiani della comunità cinese di Prato in Toscana.

b) Per quanto riguarda l’epoca storica: da che cosa è caratterizzato il nostro tempo? Da quattro cose:

  • L’immigrazione e la globalizzazione

  • La crisi ecologica

  • La guerra, non soltanto quella a pezzi, come diceva Francesco, ma persino quella possibile nucleare.

  • Il pluralismo religioso

Come può la missione, un missionario del nostro tempo, non occuparsi di queste quattro cose? I documenti di Papa Francesco si sono occupati di tutte e quattro queste cose. Ecco perché sarà ricordato come un papa missionario, o meglio un papa del rinnovamento missionario.

Per quanto riguarda i primi tre: immigrazione, ecologia e guerra, si potrebbe parlare di una svolta “regnocentrica” della missione. Anche se, più di una svolta, è una integrazione.

Un esempio: l’ecologia. Perché un missionario dovrebbe occuparsi di ecologia? Perché il missionario è per eccellenza un cristiano universale. È un cristiano che a cuore i problemi di tutto il mondo è sa che deve impegnarsi nella costruzione del Regno di Dio. Insieme alla salvezza delle anime bisogna impegnarci anche nella salvezza del pianeta… anche perché se distruggiamo il pianeta non ci saranno più anime da salvare…

Soprattutto, però, un missionario dovrebbe occuparsi di ecologia, perché non è ecologia pura e semplice, ma ecologia integrale. Come spiegava Francesco tutto è interconnesso: la povertà, l’immigrazione, i diritti umani, l’ingiustizia, la guerra. Distruggere la casa comune un peccato strutturale.,

Bisogna considerare il cambiamento climatico, ma anche i cambiamenti sociali.

Si diceva, già l’anno scorso, che con la globalizzazione, internet e i movimenti migratori, un concetto geografico di missione è destinato a scomparire. Ogni missionario si deve occupare e specializzare in uno specifico contesto o ambito, che non è necessariamente lontano dalla sua nazione o da casa sua…

Con questa svolta regnocentrica, non è che l’ortodossia e la dottrina perdano importanza, ma oggi è necessaria anche l’ortoprassi. Il missionario si deve occupare del Regno di Dio perché questo mondo rischia di saltare in aria!

Sarebbe bello che gli Stati si occupassero di pace e povertà, ma molto spesso, invece, scatenano le guerre e creano la povertà, ed è per questo che deve intervenire la chiesa.

In sintesi, è giusto che un missionario annunci Calcedonia, ma deve anche mettere in pratica il discorso della montagna.

C’è un detto filosofico: “Primum vivere, deinde philosophari”, che significa “prima [si pensi a] vivere, poi [a] fare della filosofia”.

In un mondo che rischia l’apocalisse ecologica e l’apocalisse nucleare, è necessario che la missione si occupi anche della storia, e non solo di dottrina. Anche se so bene che le due cose non si possono separare.

Per quanto riguarda il pluralismo religioso, ma più in generale parlerei anche del neo gnosticismo e della diffusione della new age o next age, è chiaro che c’è bisogno di teologia delle religioni e di una missione calibrata sulle singole religioni. Io conosco tanti convertiti all’induismo, al buddhismo o al sufismo...

Però, al tempo stesso, fa parte di questo tipo di missione conoscere le varie religioni e persino imparare qualcosa.

Sapete che se io mi occupo di missiologia è perché ho dedicato due dottorati a due grandi missiologi: Henri Le Saux e Jules Monchanin, che sono stati due missionari in India capaci di grandi aperture di grande rispetto.

Monchanin parlava di teologia dello scambio tra queste due civiltà. Le Saux ha addirittura condiviso la vita de monaci itineranti indù,

Io credo molto in questo tipo di missione che sa veramente incarnarsi. Il teologo Claude Geffré, che io amo molto, parlava di ritmo ermeneutico. Cioè l’incontro con l’altro deve essere anche un’occasione per interrogarmi, per ripensare la mia fede e per arricchirla con categorie diverse. Oggi la teologia della missione deve assumere anche un ritmo imparativo (degli altri) ed esercitarsi nell’ascolto.

Ci sono teologi, che non sono particolarmente missionari anche se insegnano queste materie, che parlano solo di conversione, battesimo e fede. Ma non capiscono che c’è tutto un lavoro di inculturazione e dialogo da fare prima… perché conversione, battesimo e fede sono dei momenti finali che richiedono una preparazione culturale lunga e complessa.

Anche perché c’è un altro aspetto da considerare: la teologia delle religioni contemporanea insegna, alla luce della dottrina dei semi del Verbo, della cristo-pneumatologia, del concetto di mediazione partecipata, del concetto rahneriano che la grazia passa anche attraverso le religioni e i loro riti, che i cristiani hanno delle ragioni teologiche oggettive per essere aperti, dialogici e disposti ad imparare dalle altre culture religiose.

È chiaro che il mio obiettivo e convertire alla verità di Cristo, ma questo non può implicare il distruggere e nemmeno umiliare civiltà che hanno una storica antica… Senza umiltà non si fa missione in Cina o in India, ma nemmeno in Africa.

2. Una seconda innovazione o svolta della missiologia contemporanea legata all’epoca storica è quella pastorale.

Io ho preso un corso al pontificio ateneo sant’Anselmo di Roma che era di Carmelo Dotolo, la cui denominazione è: “Teologia pastorale e della missione”.

Mi sembra giusto che abbiano inserito la pastorale insieme alla missione. Al Seraphicum, invece, i francescani hanno abbinato la missione alla teologia delle religioni – faccio anche io questo corso ma non scelto io il titolo – ed è altrettanto giusto mettere insieme queste due discipline.

Parlando di epoca storica, infatti, questo è l’epoca non soltanto del pluralismo religioso, ma della de-cristianizzazione. La chiesa sta attraversando, almeno in Occidente, la più grande crisi della sua storia. Ed è evidente che potrà superare questa crisi solo con rinnovamento teologico e azione pastorale efficace.

Vi ricordate il libro: “La Francia, paese di missione”? Pubblicato da Henri. Godin e Yvan Daniel nel settembre del 1943?

E cosa dobbiamo dire della Francia o dell’Italia del 2025?

Vi racconto un episodio molto significativo, senza dare numeri sociologici. Lo raccontava Don Severino Dianich, che aveva ascoltato questo dialogo: un italiano aveva chiesto ad un altro italiano: “che cos’è la quaresima?”. E l’altro ha risposto: “una specie di Ramadam”1.

In sintesi, come si fa oggi ad essere bravi missionari senza essere dei bravi pastori? Noi teologi siamo iper specializzati in un dogmatica che nessuno capisce e che non arriva né cuore né alla vita delle persone... Non ci rendiamo conto che quando usiamo il nostro linguaggio specialistico, da ecclesiologi, soteriologi, cristologi, sacramentaristi.. le persone ci guardano come se provenissimo dalla Luna.

Parliamo solo a noi stessi e a quei pochi a cui non andrebbe annunciato il Vangelo e la teologia, perché già la conoscono.

Manca un filtro, manca un traghettamento…dalla teologia dogmatica alla ricezione reale dei contenuti teologici.

È per questo che dobbiamo diventare non soltanto dei missionari, ma anche dei pastori.

A me non piace nemmeno il termine teologia pastorale, ma il senso è quello: dobbiamo trovare strumenti efficaci ed un linguaggio per arrivare alla gente. Come?

  • Buona divulgazione

  • Social media

  • Teologia contestuale si s

  • L’insegnamento nelle scuole ad ogni livello

  • Omiletica. Avete notato l’importanza che in Fratelli Tutti papa Francesco dà a questo tema.

  • Organizzazione parrocchiale diversa.

Innovazione, però vuol dire soprattutto sviluppo della dottrina. Come sono contento che papa Francesco ne abbia parlato in Evangelii Gaudium, citando Vincenzo di Lerino. Da poco abbiamo come dottore della chiesa John Henry Newman che parlava addirittura di sviluppo del dogma, anche se è un concetto un po’ diverso da sviluppo della dottrina.

Sento teologi che parlano di Tradizione, in realtà è solo tradizionalismo. Trasformano la missione della chiesa in un blocco di marmo, per non dire una mummia.

In ogni caso la dottrina nasce anche in rapporto con la storia, con il linguaggio e la filosofia del tempo.

E noi vorremmo affrontare problemi nuovi con risposte vecchie? Noi vogliamo andare incontro al mondo di internet, dell’intelligenza artificiale, della robotica con il linguaggio di un mondo che è morto e sepolto?

Quello che volevo dire, in sintesi, che è giusto conservare la Tradizione, ma oggi va saputa comunicare in modo nuovo e con mezzi nuovi.

È questa, oggi, la sfida del missiologo: saper coniugare tradizione e innovazione; la dottrina ed il suo opportuno sviluppo in un mondo profondamente cambiato che sta ancora cambiando.

  1. (cf p. 267, questione del metodo),