Ministero Carcerario Missione a Rebibbia Femminile
Paola Vizzoto, PIME

Cercherò semplicemente di condividere come rispondo io accogliendo, amando ed operando nel Carcere di Rebibbia Femminile di Roma.
Veramente preferisco chiamarla “Casa Circondariale”, dà più il senso di luogo abitato, di famiglia, di unità.
Rebibbia Femminile è il più grande istituto penitenziario per donne detenute presente in Italia ed è il più grande Femminile in Europa. Nell’Istituto, che ospita media sicurezza e alta sicurezza, è presente una sezione dedicate a donne in esecuzione di pena con figli fino a tre anni di età. Il Nido, il mio preferito! (per fortuna vuoto da due giorni) Ospiti del Nido sono in maggioranza donne Rom e Sinti che per cumulo di reati, mentre prima potevano uscire con la sospensione della pena se erano incinta e avevano un bimbo sotto l’anno, ora (dopo il paccone sicurezza...!) l’uscita agli arresti domiciliari e a discrezione del Magistrato di sorveglianza che tenendo conto del cumulo degli anni da scontare, a volte preferisce che li scontino e non.... accumulino altri reati.
Ora più facilmente sono inviate agli ICAM: Istituti a custodia attenuata per detenute madri.
La capienza regolamentare dell’istituto è di 272 posti, ma quelli realmente disponibili sono 265 (isolamento, divieto d’incontro ecc..). Al 30 giugno 2025 i posti occupati erano 369.
Questi numeri possono aiutarci ad immaginare l’inumana situazione di donne ammassate, con il caldo o il freddo secondo la stagione, e con la mancanza di un minimo necessario all’igiene e al rispetto femminile (regolamento... il bidè!!!)
All’interno della prigione, noi Volontari, religiosi e laici, cerchiamo di essere semplicemente una presenza di Chiesa, testimoniando, pur nei nostri limiti umani: l’amore di un Padre che si è fatto talmente uno di noi, uno con i più miserabili, da morire come un bandito su un patibolo e da scegliere, come primo frutto della redenzione, un ladro e assassino, il Buon Ladrone, il mio santo protettore!
Questo lasciare che la tenerezza e la compassione di Gesù traspaiano dai nostri gesti, parole, sguardi e scelte, cambia prima profondamente noi stesse ed è per questo che sento sempre più grande la riconoscenza per quanto ricevo dalle mie sorelle ristrette.
Gandhi diceva: “Per avere il polso di una società è sufficiente dare uno sguardo là dove essa racchiude le sue miserie”. Ed è per questo che le carceri sono state volutamente costruite fuori dai centri abitati, salvo rare strutture risalenti a secoli passati come Regina Coeli, nota a Roma come Regina Coeli e San Vittore a Milano. Perché rimanesse nascosta la miseria della città.
Il carcere raccoglie una serie di ingiustizie create dalla società; le disuguaglianze, i pregiudizi, la lentezza del cammino giudiziario, l’avidità di chi dovrebbe difendere... (Avvocati)
É come un lago che raccoglie tutte le acque torbide di fiumi che vi si scaricano (vedi il Tevere...)
Tutte le realtà negative sono raccolte in galera, ecco perché la missione che si fa in questo ambiente non basta mai....
Bisognerebbe essere capaci di andare a monte delle ingiustizie che creano il male del carcere.
Per me è molto più difficile qui a Rebibbia che gli 11 anni, a tempo pieno, nel Carcere di Stato di Kondengui, a Yaounde in Cameroun. Qui non c’è la tortura fisica, (almeno ufficialmente!), ma quella psicologica, morale, burocrazia... le leggi ecc....
Siamo in un Paese di democrazia, di libertà e la giustizia e la verità dovrebbero essere i pilastri, mentre chi governa la giustizia è il denaro e il potere!
“chi ruba poco va in galera, chi ruba tanto fa carriera!”
“La legge è uguale per tutti, ma tutti non sono uguali per la legge!”
LA PRIGIONE è lo specchio più chiaro e vero della SOCIETÀ:
Rivela le nostre paure... cecità... egoismo
Molto spesso è una bandiera politica per raccogliere voti provocando le nostre paure vere o presunte...(verso gli immigrati, i Rom, gli stranieri ecc...)

L’uomo NON nasce cattivo lo diventa....
Disadattati, delinquenti, non si nasce, ma si diventa...
Il reato NON è la persona. Il reato si paga a testa alta, la donna deve salvare la propria dignità. Chi cresce in un campo Rom e fin da piccolo sa che mangerà se i suoi vanno a rubare, perché nessuno darebbe lavoro ad un Rom, da grande farà lo stesso!
Chi cresce nei quartieri di Torbellamonaca o San Basilio, ben noti a Roma, dove gli spacciatori usano i bimbi per le consegne ecc...da grande farà lo stesso!
In Italia, troppo spesso un reato non è perseguito e giudicato per se stesso... ma secondo
Portafoglio – avvocati, perizie, opinione pubblica...
Passaporto – Italiana? Rumena? Nigeriana? Rom?
E’ terribile quando richiamo un avvocato perché non si è presentato all’udienza attesa con tanta ansia e speranza e lui mi risponde: “Sorella, mi paga lei?”.
L'Italia non è preparata per una cultura della pena che non deve limitarsi a condannare ma anche a RIABILITARE E RIPARARE, a trasformare la colpa in responsabilità, nel non facile impegno di ricostruire le relazioni umane e il tessuto sociale.
Camminare con le donne, vuol dire per noi farci carico di molte altre implicanze: il dramma delle famiglie lasciate a casa, dei problemi sentimentali, dei bebè che spesso portano in prigione o dei figli rimasti abbandonati...i mariti che cercano soddisfazione altrove...
Con loro noi possiamo far fruttificare il nostro essere donne, la nostra maternità, dando nuove vite nel bene!
Certo, in un ambiente dove 24 ore sono 24 ore di vuoto, i diritti delle donne riguardo la sessualità e l’affettività sono un bisogno che crea abitudini falsate, relazioni malate, gelosie, lotte, autodistruzione... Un vocabolario di gesti che non avremmo mai immaginato, almeno io! Le donne hanno bisogno di essere accolte per quello che sono, ascoltate, senza giudizio previo o risultati pronti....nella loro angoscia che rivela le nostre angosce, per questo ad alcuni fanno paura.
“Sembrano Proprio Come Noi!”
Il lavoro sarebbe una delle leve più potenti per favorire la ripartenza umana delle donne ristrette. Ma bisogna guardare la questione con il realismo necessario, non parlarne come un salva vita senza conoscere i dati.
La maggioranza dei 62mila che vivono nelle carceri fa i conti con gravi problemi sanitari: dipendenze da droga, alcol, gioco, psicofarmaci, spesso associate a patologie psichiatriche. Aumentano i cosiddetti “plurisvantaggiati”, che assommano nella stessa persona più di una fragilità.
Per loro il carcere è un posto sbagliato: dovrebbero essere trasferiti in comunità o in altri luoghi adeguati alla loro condizione per essere seguiti da professionisti di varie discipline.
Anzi, richiedono più attenzione e cura e il personale penitenziario non è né preparato né sufficiente.
Confesso che io fatico a rapportarmi con loro, perché non c'è possibilità di dialogo, bisogna solo far sentire loro la nostra presenza amica, anche quando distruggono e si distruggono.
Una minima percentuale delle donne non svolge lavori “veri”: nella maggior parte dei casi si tratta di attività scarsamente qualificate, saltuarie, improduttive, poco remunerate e che non sono legate a professionalità spendibili “fuori”: le portavitto (quelle che distribuiscono il cibo nelle sezioni), le scrivane (che compilano le domandine ecc...), le spesine (raccolgono le ordinazioni e distribuiscono la spesa), scopine (addetti alle pulizie) TUTTO IN INO.... Non imparano nulla, e chi li assumerebbe una volta uscite? Questo non è lavoro, è sfruttamento!
Rebibbia Femminile, su 360/380 donne credo siano 10 che lavorano per due cooperative eterne
Il primo verbo nostro di volontarie dovrebbe essere l’ascoltare. Ascoltare per stare nella relazione: restare nella relazione, ma starci da innamorati, cioè con tutta la vita, con tutto il cuore, con la mente, le forze, i sentimenti, gli affetti, il corpo. Con tutto il corpo che deve liberamente esprimere e accogliere i sentimenti, le reazioni delle donne. Per me è stata una grande scuola la missione in Camerun, dove il corpo esprime la vita e la comunica.
Una mano che si appoggia sulle mie ginocchia è un gesto di affido, di fiducia.
Gli occhi che dopo parecchi incontri restati asciutti, d'improvviso si inumidiscono, è il momento prezioso dello sfogo, della liberazione, del dirsi, raccontarsi. Sacira, che aspetta il 5° bebè, è contenta quando Kano, il marito, mi chiama per tranquillizzarla e che poi mi ringrazia con un bel vocione Rom, Gracie, bela!
Mi fanno male le tante giovani che escono e rientrano sempre più disastrate mentalmente a causa degli effetti della droga. Quando escono promettono di non cadere più, di aver imparato e poi... basta l’offerta di una bustina per farle ripiombare nella follia. Il carcere ora non è più un luogo di recupero, ma molto speso viene definito una pattumiera sociale dove chiudere chi ormai è schiava degli effetti delle droghe (Rosa). Dove, nelle terribili crisi, sfasciano l’ambiente e se stesse, Non chiedo mai il motivo che le ha portate in cella, se sono cose gravi lo so dai titoli dei giornali!
Ma arriva sempre, prima o poi il momento della VERA VERITÀ, come loro dicono e devo essere pronta e libera ad accogliere il momento prezioso.
A volte è difficile, è grave, mi impressiona, vorrei non crederci, ma le lacrime calme o violente, sono il segno di una libertà cercata e desiderata. (Massima sicurezza, Politiche...)
Non metto tempo per i colloqui.
Possono essere 10 minuti, uno scambio veloce come una condivisione, la richiesta di una telefonata casa, il bisogno di un indumento...(richieste proibite alle volontarie, ma sempre eseguite come segno di complicità, anche se di rischio!). TASCHE delle suore...
Può essere l’ora che lentamente dipana un dramma famigliare. Ma alla fine c’è il forte, lungo abbraccio tra lacrime e singhiozzi che termina con un sorriso, il miglior grazie del cuore. La maggioranza di noi volontarie e volontari fa parte della Cappellania Cattolica con un Cappellano responsabile, siamo molto uniti anche se apparteniamo a vati movimenti o congregazioni. Operiamo scambiandoci notizie, notificando i bisogni, aiutandoci con le varie lingue. Non c’è un mio reparto, non ci sono delle mie donne. Si va dove c’è bisogno: le nuove giunte vengono spesso indirizzate a noi dalle altre donne, o le agenti stesse ci indicano i nomi di chi ha bisogno di essere ascoltata.
E ci sono donne che aspettano il nostro giorno come giorno di famiglia, di serenità...Io ormai ho diversi nomi, per le romane sono semplicemente APA! Abbreviato di Paola, per le giovani sono la zia, per i piccoli sono la nonna.
Non ho molto simpatia per i Testimoni di Jehovah che portano giornali, libri sacri e... divisione, mentre le poche parole arabe che ho imparato in Tunisia conquistano le musulmane che, se non sono proprio del Magreb, sono musulmane per zone geografica: “Sono musulmana perché vengo dalla Serbia, ma mangio il maiale!”. Altre “Sono ortodossa perché vengo dalla Romania”. Cerco di ricordare le loro feste e di fare attenzione al digiuno del Ramadan e partecipare alle discussioni se c’è un Dio solo o due... all’unica Madonna che fa i miracoli, quella di Pompei!
Papa Francesco parlava tanto di Chiesa in uscita, io vorrei contraddirlo con una Chiesa in entrata, che forzi gli enormi portoni blu, che usi le grosse chiave di ottone, per spalancare l’entrata e fare di un unico l’luogo il dentro e il fuori.
C’è tanto lavoro fuori per essere Chiesa dentro. A Roma non ci sono:
- case d’accoglienza per donne agli arresti domiciliari
- possibilità di lavoro per affidamento ai servizi sociali.
- famiglie per seguire i figli adolescenti delle donne ristrette, accompagnarli alle visite alle mamme, seguirli negli studi ecc...
- Operare grazie alla Giustizia riparativa...
Non possiamo dimenticare che “Dietro le sbarre c’è qualcuno che ci appartiene, come ci appartiene Cristo” diceva don Primo Mazzolari che anche affermava: “Solo chi ama il lupo può parlare al lupo”.
