“Proteggere ogni vita” Papa Francesco nel Paese del Sol Levante

Attesa e desiderata, la visita di Papa Francesco in Giappone, del 23-26 novembre 2019, ha lasciato un segno profondo nella chiesa e nella società giapponese. Invitato ufficialmente dal Primo Ministro Shinzo Abe, e più volte dai Vescovi giapponesi, Papa Francesco è stato non solo atteso, ma accolto con rispettoso ossequio, vivo interesse ed entusiasmo.

Per cogliere il reale impatto di questa storica visita – la seconda di un Pontefice romano dopo quella di S. Giovanni Paolo II nel 1981 – e gli echi postumi che essa ha suscitato all’interno della società giapponese e della chiesa locale, mi sembra importante ricordare come primo dato che i cristiani in Giappone rappresentano solo l’1% circa della popolazione (poco più di un milione su una popolazione di 127 milioni) e come, tra di essi, i cattolici giapponesi siano solo lo 0,33% circa (450.000) della popolazione globale. Una piccola minoranza, erede di una storia di persecuzione e di martirio durata secoli. Proscritto nel 1587, e considerato per secoli jakyo “religione malvagia”, il Cristianesimo in Giappone cominciò, infatti, a godere di una effettiva libertà solo dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, nonostante la pena di morte contro i cristiani – comminata da Ieyasu Tokugawa nel 1612 – fosse stata abolita nel 1873. Ecco perché il discorso di accoglienza del Primo Ministro, Shinzo Abe, sorprendentemente soffermatosi sulla storia travagliata del Cristianesimo in Giappone e sui secoli bui della persecuzione, appare come un inedito gesto di ‘ufficiale riconciliazione’ dello Stato e del popolo giapponese nei confronti di questa sua indomita minoranza. Come tale, il Discorso di Shinzo Abe avrebbe meritato una maggiore attenzione anche da parte dei media.

Altri due dati si impongono per la loro rilevanza: il processo di “invecchiamento” che affligge l’intera società giapponese – e di conseguenza anche la comunità cristiana – e l’inquietante fenomeno del «shukyo banare» (disaffezione e allontanamento dalla religione) che attraversa tutte le Tradizioni religiose, non ultima la Chiesa Cattolica. Negli ultimi decenni, il numero dei fedeli, e il numero dei battesimi di adulti e bambini, è andato decrescendo provocando un processo di involuzione generale che ha coinvolto anche gli Istituti religiosi e missionari costretti a chiudere e ridimensionare opere e iniziative per mancanza di vocazioni. In controtendenza, è vero, si pone la presenza degli oltre 500.000 cattolici provenienti da Filippine, Vietnam, America Latina e altri Paesi che negli ultimi decenni sono confluiti come nuova linfa vitale nel “piccolo gregge” della Chiesa giapponese. Preziosa testimonianza dell’universalità della Chiesa, questa cosmopolita presenza richiede però alla chiesa locale un non facile processo pastorale di assimilazione e integrazione.

È in questa complessa situazione sociale, ecclesiale e missionaria che il “Pellegrino missionario” Francesco ha fatto risuonare con vigore il messaggio evangelico, mediato dal motto che ha preparato e accompagnato la sua visita: “proteggere ogni vita”. Nella sua immediatezza, questo motto – che la Chiesa locale ha valorizzato come una singolare opportunità di annuncio – ha fatto breccia nel cuore e nella mente del popolo giapponese. Un efficace servizio di informazione ha permesso a tutti, fedeli cattolici e non, di essere a conoscenza dei dettagli della visita papale; di seguirla, momento per momento attraverso i mezzi di comunicazione o attraverso la partecipazione diretta. Ad esempio, nella diocesi di Fukuoka, dove risiedo, tutte le parrocchie hanno organizzato il trasporto di coloro che desideravano partecipare alla celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre a Nagasaki il 24 novembre. Per circa un mese, una mostra allestita nei locali della Cattedrale ha presentato, oltre all’evento della visita papale nei suoi vari momenti, numerosi temi relativi alla vita e alla attività della Chiesa Cattolica in Giappone e nel mondo. Grandi schermi collocati anche all’esterno della Cattedrale, hanno permesso a quanti non avevano potuto recarsi nei luoghi ufficiali della visita papale di seguirla visivamente ed emotivamente nelle sue varie tappe.

“Proteggere ogni vita”

        In diverse occasioni, Papa Francesco ha avuto modo di ricordare come, da giovane gesuita, avesse sognato e desiderato venire in Giappone come missionario. Anche ai Vescovi giapponesi che l’hanno accolto in Nunziatura, subito dopo il suo arrivo a Tokyo il 23 novembre sera, ha ripetuto: «Non so se lo sapete, ma fin da giovane ho provato simpatia e affetto per queste terre. Sono passati molti anni da quell’impulso missionario, la cui realizzazione si è fatta attendere. Oggi il Signore mi offre l’opportunità di essere tra voi come pellegrino missionario sulle orme di grandi testimoni della fede».

Riferendosi poi al motto del suo viaggio apostolico, “proteggere ogni vita”, Francesco ha coraggiosamente chiamato per nome i problemi che attraversano la società giapponese minacciandone la vita: solitudine, disperazione, isolamento, bullismo, aumento degli aborti e dei suicidi, forme di alienazione e disorientamento spirituale.

«Proteggere ogni vita – ha ricordato ancora ai Vescovi – può ben simboleggiare il ministero episcopale in quanto «il vescovo è colui che il Signore ha chiamato in mezzo al suo popolo, per restituirlo come pastore capace di proteggere ogni vita, e questo determina in una certa misura lo scenario a cui dobbiamo puntare». Uno scenario che Papa Francesco non ha mai perso di vista durante il suo breve ma intenso soggiorno. “Proteggere ogni vita”, infatti, è stato non solo il leitmotiv di tutto il suo viaggio apostolico ma anche l’imperativo morale che ha voluto lasciare alla Chiesa e al popolo giapponese, un popolo che, pur erede di una cultura ancestrale che sempre ha riconosciuto nella vita un dono divino, rischia ora – a causa del secolarismo e del materialismo imperante – di smarrirne il senso e il valore.

Immoralità delle armi nucleari

Il 24 novembre, secondo giorno della sua visita, il “Pellegrino missionario” Francesco ha attraversato il Giappone dal nordest al sud-ovest e viceversa: Tokyo, Nagasaki, Hiroshima e, nuovamente, Tokyo. Tappe evocative di drammi e momenti storici indelebilmente scolpiti nella coscienza personale e collettiva dei giapponesi. A Nagasaki, di sul luogo dell’epicentro dell’atomica, sotto una pioggia battente, ricordando «l’orrore indicibile subìto nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie», Papa Francesco non ha temuto di alzare la voce contro la corsa agli armamenti. Ribadendo quanto già aveva detto nel Messaggio al Giappone prima della sua partenza da Roma, e cioè che «usare armi nucleari è immorale», Francesco ha ripetuto ai presenti: «Non possiamo mai stancarci di lavorare e di insistere senza indugi a sostegno dei principali strumenti giuridici internazionali di disarmo e non proliferazione nucleare, compreso il Trattato sul divieto delle armi nucleari». E poi ancora: «Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo» (Nagasaki, Messaggio sulle armi nucleari).

Con non meno vigore, Papa Francesco ha lanciato al mondo lo stesso appello da Hiroshima dove nella serata dello stesso giorno, 24 novembre, un gruppo di hibakusha (sopravvissuti al bombardamento atomico), una delegazione interreligiosa e 1300 persone si sono radunate al Memoriale della Pace per ricordare le vittime della prima atomica. Ho potuto partecipare a questo momento di grande intensità e cogliere il fremito dei presenti alle parole di Papa Francesco: «Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche. […] Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?» (Hiroshima, Incontro per la pace).

Appelli forti che, raccolti e rilanciati dai media, hanno fatto breccia nell’opinione pubblica in un momento in cui, in Giappone, il dibattito sul nucleare ha assunto nuovi e controversi contorni. I giapponesi, infatti, unico popolo ad avere sperimentato la tragedia dei bombardamenti atomici e ad aver rinunciato, per Costituzione, alla produzione e al possesso di armi nucleari, e persino al diritto di avere un esercito, eccetto che per la difesa del territorio, hanno fortemente vibrato alle appassionate parole di Francesco riconoscendo nelle sue parole un messaggio universale. Nondimeno – difronte alla complessa situazione internazionale e alle reiterate minacce nucleari della vicina Corea del Nord – non mancano gruppi che chiedono di rivedere la Costituzione per abilitare il Paese ad avere – come tutti gli altri Paesi – un esercito capace di difendere il territorio, di prevenire eventuali attacchi e di intervenire nel gioco degli equilibri internazionali. In seguito ai disastri ecologici e ambientali dovuti all’incidente di Fukushima, inoltre, il confronto verte attualmente anche sull’opportunità o meno dell’uso civile di centrali nucleari, alle quali il Giappone ricorre per necessità industriali.

Quale impatto avrà il messaggio di Papa Francesco su questa delicata controversia è difficile da prevedere. Non v’è dubbio, però, che i discorsi pronunciati a Nagasaki e a Hiroshima, sui luoghi degli eccidi atomici, e a Tokyo, durante l’incontro con le vittime del triplice disastro di Fukushima e con il Corpo diplomatico, rimarranno testi di riferimento imprescindibili. Come egli stesso ha peraltro ricordato a Nagasaki: «Nel luglio scorso, i vescovi del Giappone hanno lanciato un appello per l’abolizione delle armi nucleari, e in ogni mese di agosto la Chiesa giapponese celebra un incontro di preghiera di dieci giorni per la pace». Un impegno coraggioso che pone la piccola Chiesa cattolica in Giappone in posizione di avanguardia in una controversia difficile e complessa.

I numerosi articoli apparsi in questi mesi su varie riviste giapponesi sono una prova dell’impatto che il messaggio di Francesco ha avuto e continua ad avere all’interno della Chiesa e del popolo giapponese.

Alle radici cristiane del Giappone

Cuore della cristianità giapponese, Nagasaki conserva non solo la memoria del martirio atomico, ma, anche quella delle migliaia di martiri cristiani che hanno dato la vita per Cristo e il suo Vangelo in due secoli di feroci persecuzioni. A Nagasaki, sulla collina di Nishizaka, è venerato il luogo dove, il 5 febbraio 1597, furono crocifissi i primi ventisei Martiri. Qui si è recato Papa Francesco per onorare la loro memoria e per invitare la Chiesa che è in Giappone ad annunciare instancabilmente il Vangelo della vita: «Che la Chiesa, nel Giappone del nostro tempo, con tutte le sue difficoltà e promesse, si senta chiamata ad ascoltare ogni giorno il messaggio proclamato da San Paolo Miki dalla sua croce, e a condividere con tutti gli uomini e le donne la gioia e la bellezza del Vangelo che è Via, Verità e Vita (cfr Gv 14,6)» (Nagasaki, Omaggio ai Santi Martiri).

Senza dimenticare le migliaia di martiri il cui sangue, anche oggi, bagna tanti Paesi, Francesco ha esortato ad alzare «la voce perché la libertà religiosa sia garantita a tutti e in ogni angolo del pianeta»; ad alzarla «contro ogni manipolazione delle religioni, operata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini» (Idem).

L’appello a “proteggere ogni vita” è emerso con forza anche nelle due omelie tenute a Nagasaki, il 24 novembre, e a Tokyo, il 25 novembre, durante le celebrazioni eucaristiche che hanno rispettivamente raccolto più di 35.000 fedeli a Nagasaki e oltre 50.000 a Tokyo. Celebrate negli Stadi cittadini, le due celebrazioni, trasmesse in diretta televisiva, sono stati momenti di grande impatto anche mediatico. Erano presenti non solo cristiani giapponesi e cristiani immigrati, venuti dalle varie diocesi, ma anche fedeli di altre Tradizioni religiose.

L’intenso programma di Papa Francesco è poi continuato a Tokyo con la visita privata all’imperatore Naruhito, l’incontro con il Primo Ministro Shinzo Abe, le Autorità e il Corpo Diplomatico, con i giovani, cristiani e non cristiani, riuniti nella cattedrale di Santa Maria, e, infine, con i confratelli Gesuiti dell’Università Sophia.

Un viaggio apostolico breve ma intenso di cui proprio il “Pellegrino missionario” Francesco ha offerto un’autorevole chiave di lettura nel discorso rivolto ai Vescovi: «Sappiamo che in Giappone la Chiesa è piccola e i cattolici sono una minoranza, ma questo non deve sminuire il vostro impegno per una evangelizzazione che, nella vostra situazione particolare, la parola più forte e più chiara che possa offrire è quella di una testimonianza umile, quotidiana e di dialogo   con le altre tradizioni religiose. L’ospitalità e la cura che dimostrate ai numerosi lavoratori stranieri, che rappresentano più della metà dei cattolici del Giappone, non solo servono come testimonianza del Vangelo in seno alla società giapponese, ma attestano anche l’universalità della Chiesa, dimostrando che la nostra unione con Cristo è più forte di qualsiasi altro legame o identità ed è in grado di raggiungere tutte le realtà».

A distanza di mesi dall’evento, penso si possa legittimamente parlare di un “effetto Francesco”. Molti cattolici giapponesi hanno una speciale simpatia per Papa Francesco, per i suoi gesti originali e sorprendenti, per la dimensione concreta e pratica della sua testimonianza di fede particolarmente in sintonia con la psicologia giapponese. Proprio questo suo esempio, questo suo stile di vita e di testimonianza cristiana si stanno rivelando  “semi” preziosi, capaci di stimolare un rinnovato impegno missionario nella comunità cattolica in Giappone.

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