Introduzione al Seminario

  1. Un cammino orientato verso il futuro esige la consapevolezza delle radici del dialogo. Per questo motivo, permettetemi di farvi partecipi di una mia testimonianza, nutrita da tanti anni di frequentazione con il dossier Cina.

 

  1. All’inizio del 1982, alcuni mesi dopo il mio rientro a Roma dalla Nunziatura Apostolica in Argentina, sono stato chiamato ad interessarmi del China Desk , dato che  il   minutante era stato nominato Nunzio. Il momento era particolarmente interessante: era terminata da alcuni anni la  Rivoluzione  Culturale, e la “cortina di bambù”  in un certo senso si era sollevata.  La Santa Sede veniva letteralmente sommersa da messaggi di Vescovi e sacerdoti redatti in un semplice e corretto latino. Si trattava di informazioni sulla vita e le varie problematiche affrontate anche con sofferenza dalle Diocesi e sulle consacrazioni episcopali che avevano luogo in quegli anni. Si trattava di informazioni preziose perché denotavano la vitalità di quelle comunità cattoliche, nonostante l’esperienza di molti anni di difficoltà e di tensioni.

 

  1. Emergeva a tutto tondo, nella Chiesa in Cina, l’esistenza di due comunità: una “clandestina”, con i propri Vescovi, sacerdoti e i fedeli, e una che aveva accettato la presenza e l’intervento delle Autorità civili nel campo delle attività religiose. Erano già numerosi i Vescovi ordinati in forma illecita (la prima ordinazione illegittima è del 1958), e cioè senza il mandato del Papa, ed emergevano tensioni – alle volte anche in forma drammatica – tra i membri delle due comunità. Nel contempo pervenivano alla Santa Sede numerose richieste di legittimazione, proprio da parte dei Vescovi ordinati senza il mandato pontificio.

 

  1. San Giovanni Paolo II seguiva personalmente e con grande attenzione gli sviluppi delle comunità cattoliche in Cina e cercava di stabilire contatti con le Autorità cinesi (non posso dimenticare il mio primo incontro all’Ambasciata di Pechino a Roma: dialogo non facile e rapporti umani tesi). Come non ricordare, poi, certi Suoi interventi in occasione di ricorrenze legate alla figura di Matteo Ricci o la Sua lettera personale a Deng Xiaoping, affidata alla gentile

intermediazione del Sen. Vittorino Colombo! Sul piano ecclesiale tre sono state le piste operative della Santa Sede:

  1. a) sostenere le comunità ecclesiali clandestine che soffrivano per la loro fedeltà a Pietro;
  2. b) favorire il ritorno alla piena comunione dei Vescovi che, dopo essere stati consacrati illecitamente, avevano più volte presentato richiesta di legittimazione (il Papa voleva assolutamente che non ci fosse uno scisma “di fatto”);
  3. c) mantenere i contatti con i Vescovi che, specialmente per motivi di salute, uscivano dal Paese.

 

  1. Che cosa emergeva da questi contatti-incontri con i Presuli? Emergevano un senso profondo di comunione ecclesiale con il Papa, un’acuta sofferenza per aver accettato l’Ordinazione episcopale in forma illecita, un desiderio fortissimo di essere autenticamente cattolici e cinesi.
[A questo proposito non posso dimenticare gli incontri a Parigi, a Londra, in Olanda, in Belgio e nella stessa Roma con Vescovi provenienti dalla Cina Continentale. Nel mio cuore restano impressi profondamente l’incontro a Lione con Mons. Aloysius Jin Luxian di Shanghai, a Londra con Mons. Bernardino Dong Quangqing di Hankou, a Parigi con Mons. Giovanni Chen Shizhong di Yibin, a Roma con Mons. Mattia Duan Yinming di Wanxian, e con Mons. Michele Fu Tieshan, vescovo di Pechino.

Un posto particolare nella mia memoria l’occupa l’incontro del Vescovo di Shanghai, Ignazio Gong Pinmei, con il Santo Padre Giovanni Paolo II. Ebbi il privilegio di accompagnarlo, insieme al P. Vincent Chu, S.I., fino all’ingresso dello studio privato del Papa. L’anziano Presule si muoveva in sedia a rotelle, indossava una semplice talare nera, zucchetto e croce pettorale. Quando però arrivammo allo studio del Papa, Mons. Gong mi disse: “Voglio entrare camminando” e si mise in piedi. Apertasi la porta, il Papa abbracciò Mons. Gong e gli disse: “La ringrazio per la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa”] .

 

  1. I contatti con le Autorità cinesi, come già ricordavo, sono iniziati al tempo di San Giovanni Paolo II. È stato un cammino non facile, segnato da tensioni, da limitata fiducia reciproca, da scarsa conoscenza tra le Parti, da difficoltà di comprensione circa la natura e la struttura dei due sistemi, da difficoltà legate ai canali di comunicazione (non c’erano contatti diretti, i tempi erano lunghi…).

Emergeva, però, l’esigenza di costruire un ponte tra le due Parti, superando le inevitabili diffidenze e le rigidità sui principi (che per noi è la fedeltà alla Dottrina). Alla fine di questo cammino abbiamo l’attuale Accordo Provvisorio firmato il 22 settembre 2018. Indubbiamente, si è accresciuta la reciproca fiducia, e vi sono elementi positivi di dialogo (v. ultimo incontro GCL). Credo che da entrambe le Parti ci sia la maturata consapevolezza che l’Accordo Provvisorio è sì un punto di arrivo ma anche un punto di partenza per un dialogo più concreto e fruttuoso fra le due Parti per il bene della Chiesa in Cina e l’armonia all’interno del Popolo Cinese. Permettetemi di ricordare in questo contesto l’acuto desiderio del Papa di poter recarsi in Cina. Non posso dimenticare che anche quando utilizzava già la sedia a rotelle, continuava a domandarmi se fosse stato possibile un Suo viaggio a Pechino.

 

  1. Papa Benedetto XVI conosceva molto bene la “questione cinese”, perché il Suo Predecessore voleva che il Card. Ratzinger fosse informato su ogni passo che si faceva e desse il suo parere. Quante volte ho avuto l’onore di incontrare il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede per metterlo al corrente del cammino ed avere suoi suggerimenti da riferire poi al Santo Padre. È in questo contesto che nasce la Sua Lettera ai Cattolici Cinesi del 2007. Di questo fondamentale documento vorrei mettere in risalto tre aspetti principali:

     1) i chiarimenti dottrinali e gli orientamenti pastorali del Papa conservano ancora oggi tutta la loro validità, anzi sono tali da apparire quasi profetici e, forse per questo, non sono ancora pienamente attuati, ma è situata storicamente. Sono trascorsi 13 anni e non poche cose sono cambiate.          ·

     2) per ricostruire la piena unità ecclesiale è necessaria, oltre alla comunione con Pietro, anche la riconciliazione tra i fratelli;

     3) la Chiesa in Cina, nonostante la sua realtà di “piccolo gregge”, deve assumere l’urgente compito della missione evangelizzatrice.

 

  1. Papa Francesco, sulla linea dei suoi Predecessori, ha portato la novità del proprio carisma, facendo emergere nuove prospettive e dando un supporto concreto e un nuovo slancio al dialogo. Infatti è nel Suo Pontificato che si firma l’Accordo Provvisorio e si chiude la dolorosa esperienza dei Vescovi illegittimi. Oggi possiamo dire che tutti i Vescovi in Cina sono in comunione con Pietro e che ci sono le condizioni per poter meglio affrontare i vari problemi che sono ancora sul tappeto. Come già dicevo, ciò vuol dire che l’Accordo non è solo unpunto di arrivo ma anche e soprattutto un punto di partenza per una rinnovata evangelizzazione. Non mi creo illusioni: l’Accordo è indubbiamente un fatto positivo nel dialogo, ma il cammino verso la normalizzazione della vita della Chiesa è ancora lungo. Come abbiamo toccato con mano attraverso gli incontri avuti con vari Presuli cinesi, in essi c’è il desiderio profondo di essere pienamente cattolici e quindi in comunione con Pietro e con i Vescovi di tutto il mondo, e di essere nello stesso tempo pienamente cinesi. È il grande tema dell’inculturazione.

Amo ricordare un testo della Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate di Papa Francesco, testo che Lui stesso inserisce in parte nel Suo Messaggio ai Cattolici Cinesi del 26 settembre 2018:

«Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti; chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore.» (N. 139).

Questo testo mi sembra altamente programmatico per la vita della Chiesa in Cina e per la stessa azione della Santa Sede “in re sinense”: non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti; avere il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo e di contemplare la storia nella prospettiva di Gesù Risorto. Qualcuno dirà che sono troppo ottimista. Una cosa è certa: non ho mai vissuto di illusioni, ma di speranza sì, disponibile ad accogliere le sorprese del Signore. Anche in Cina!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.