Accordo tra Santa Sede e Cina e Missione in Cina

Continuità o discontinuità?

Ringrazio p. Peter Baekelmans e il SEDOS per questa iniziativa, molto utile e opportuna per capire meglio i problemi della missione in Cina e per maturare assieme una comprensione vera della situazione dei cattolici cinesi e dei loro problemi. Spesso infatti, tale comprensione manca, è incompleta o distorta.

Come dice il titolo del mio intervento, mi propongo di offrire alcuni elementi per aiutare la comprensione del rapporto tra l’Accordo tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese del 22 settembre 2018 e le prospettive della missione in Cina. Nel Messaggio ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale del 26 settembre 2018 così Papa Francesco ha sintetizzato l’obbiettivo dell’Accordo: «realizzare le finalità spirituali e pastorali proprie della Chiesa, e cioè sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo, e raggiungere e conservare la piena e visibile unità della Comunità cattolica in Cina». Tra l’Accordo del 22 settembre 2018 e la missione della Chiesa cattolica in Cina c’è dunque un rapporto diretto: questo atto politico-diplomatico è stato sottoscritto con finalità esplicitamente ecclesiali, come l’unità della Chiesa e l’evangelizzazione della Cina. Spesso però tali finalità vengono dimenticate o sottovalutate e l’Accordo è apprezzato o criticato in base ad altri principi e criteri, come se la S. Sede potesse stipulare un atto di questo tipo prescindendo dagli obiettivi propri della Chiesa cattolica, in particolare l’evangelizza-zione che dal Concilio Vaticano II è stata assunta come una priorità fondamentale.

Su questo Accordo, com’è noto, è intervenuto recentemente il card. Giovanni Battista Re, in una Lettera al Sacro Collegio dei cardinali del 26 febbraio 2020 in cui si afferma “che, nell’approccio alla situazione della Chiesa cattolica in Cina, c’è [stata] una profonda sintonia di pensiero e di azione degli ultimi tre Pontefici, i quali – nel rispetto della verità – hanno favorito il dialogo tra le due Parti e non la contrapposizione. In particolare essi avevano in mente la delicata e importante questione della nomina dei Vescovi”.

La continuità rappresenta indubbiamente una importante chiave di lettura per capire che cosa è successo tra S. Sede e Cina negli ultimi quarant’anni. Una premessa: non stiamo parlando di continuità teologica ma storica. La prima, infatti, è fuori discussione: non sono in questione la fede o i dogmi, ma accordi politico-diplomatici che, per loro natura, sono fortemente legati alle contingenze storiche. In questo campo, non a caso, la continuità è più un’eccezione che la regola. Se non ci fosse stata, perciò, non sarebbe stato uno scandalo: in altre parole, sarebbe stato del tutto normale e pienamente legittimo se Benedetto XVI o Papa Francesco avessero seguito una linea diversa da Giovanni Paolo II. Perciò, anche se chi sostiene che Francesco si è distaccato dai suoi predecessori avesse ragione – e non ce l’ha – non cambierebbe molto. Ma non è andato così e tra Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco c’è stata continuità. Proprio perché ne parliamo in senso storico, però, non si deve immaginare una continuità assoluta che vorrebbe dire immobilismo, uniformità, perfetta identità o simili. La “profonda sintonia” di cui ha parlato il card. Re ha voluto dire piuttosto assunzione dell’eredità di chi è venuto prima, perseguimento degli stessi fini, persistenza di una prospettiva di fondo, realizzazione di azioni sollecitate da premesse poste in precedenza e così via.  Insomma tra questi tre pontefici c’è stata continuità e discontinuità, come è ovvio che sia, ma sulle questioni più importanti la prima è stata molto robusta.

La questione dell’Ostpolitik

Per cercare di chiarire l’intreccio tra continuità e discontinuità, cercherò di concentrarmi su un aspetto: la questione dell’Ostpolitik. Comincio con Giovanni Paolo II. Oggi, non può più essere contestato che Giovanni Paolo II abbia cercato l’accordo con la Cina. Di questo infatti avevamo già molte testimonianze ed è stato sottolineato anche in diverse ricostruzioni storiche. Ora il card. Re lo conferma autorevolmente. Ciò su cui si discute è invece l’ipotesi che Giovanni Paolo II abbia cercato un altro tipo di Accordo e che non avrebbe approvato i contenuti di quello firmato nel 2018. Chi lo sostiene non adduce prove dirette: non c’è nessun documento, infatti, che confermi quella che resta, in sostanza, una ipotesi. Lo afferma perciò in base a un’argomentazione indiretta e di tipo deduttivo, basata proprio sul riferimento all’Ostpolitik vaticana.

Per affrontare il problema è necessario ricordare brevemente che cosa si intende per Ostpolitik: la politica della S. Sede verso i paesi comunisti dell’Europa orientale (e in misura ridotta verso l’Unione Sovietica) a partire dai primi anni Sessanta, con Giovanni XXIII, e poi sviluppata più ampiamente con Paolo VI, per continuare con Giovanni Paolo II fino al 1989. Il card. Agostino Casaroli ne è stato il principale artefice, ma non da solo e sempre sotto l’approvazione dei diversi pontefici di cui è stato un collaboratore, prima come Sottosegretario e come Segretario della Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari e poi come Segretario di Stato (con Giovanni Paolo II).

Quanto ai fini dell’Ostpolitik, Andrea Riccardi ha osservato che “in Giovanni XXIII c’[era] l’ambizione tutta pastorale di ristabilire i contatti con una parte del mondo chiusa alle comunicazioni con la Chiesa di Roma, di alleviare la situazione di tanti cattolici, soprattutto di quelli prigionieri (e tra essi numerosi vescovi) di favorire la ripresa delle comunicazioni tra la S. Sede e le Chiese cattoliche, di far partecipare i vescovi dell’Est al Vaticano II, di costruire rapporti positivi con i patriarcati di Mosca e con le Chiese ortodosse slave”. In sede storiografica, il dibattito sulle motivazioni di Giovanni XXIII si è saldato a quello sulle finalità complessive dell’Ostpolitik vaticana. Helene Carrère d’ Encausse ha sostenuto che obiettivo principale di tale Ostpolitik non è stato quello di stabilire relazioni diplomatiche con i paesi comunisti, ma di utilizzare le relazioni diplomatiche per “fermare il processo di indebolimento delle Chiese [cattoliche] in questi stati”. Più precisamente, secondo la sovietologa francese, principali priorità della S. Sede furono il riconoscimento dell’autorità del papa sui cattolici dei paesi comunisti, il ristabilimento della gerarchia e la libera comunicazione dei vescovi con Roma. Queste finalità religiose, ecclesiali e pastorali – intorno a cui molti storici convergono – non sono state sempre colte dai contemporanei, ma la documenta-zione ne confermano la centralità nell’ Ostpolitik vaticana. Oggetto di tantissimi contatti, incontri, trattative tra i responsabili vaticani e i rappresentati dei governi comunisti furono infatti questioni come la nomina di vescovi, la normalizzazione di situazioni diocesane, la riapertura di chiese e via dicendo.

Venendo al confronto tra Ostpolitik e politica vaticana verso la Cina, è evidente l’esistenza di analogie per quanto riguarda le finalità perseguite. Ma la discussione in corso non riguarda tanto le finalità quanto i metodi, gli atteggiamenti, le implicazioni ecc. Chi sostiene che, a differenza dei predecessori, nei confronti della Cina Francesco si sarebbe ispirato all’ Ostpolitik intende dire che i primi due avrebbero avuto posizioni intransigenti nei confronti delle autorità comuniste cinesi, mentre Francesco sarebbe stato nei loro confronti troppo flessibile. Per questo, i primi due non avrebbero sottoscritto un Accordo che rappresenta – secondo questi critici – un “cedimento” alla Cina comunista o addirittura una “svendita”. Alla questione del comunismo si collega anche quella della libertà religiosa e dei diritti umani. L’ inaccettabilità dell’Accordo con il governo cinese risiederebbe – secondo i suoi critici – soprattutto nell’implicare la rinuncia a pretendere la libertà religiosa e il rispetto dei diritti umani non solo per i cattolici ma per tutti. Sempre seguendo questo ragionamento, un’intesa tra S. Sede e Cina sarebbe in teoria possibile e anzi auspicabile, ma solo se quest’ultima cambiasse subito e radicalmente la sua politica religiosa. È intorno a tali questioni che si concentrano principalmente i richiami all’influenza dell’Ostpolitik sui rapporti tra S. Sede e Repubblica popolare cinese.

In realtà, l’ipotesi che con la Cina papa Francesco abbia seguito la linea dell’Ostpolitik rifiutata da Giovanni Paolo II dà per scontate molte premesse che non sono affatto ovvie. E’ infatti da dimostrato che: 1) l’Ostpolitik abbia rappresentato una politica di totale cedevolezza verso il comunismo; 2) Giovanni Paolo II abbia rifiutato in toto l’Ostpolitik (se così fosse perché ha nominato il card. Casaroli suo Segretario di Stato e lo ha mantenuto in quella posizione per oltre dieci anni? perché avrebbe frenato le spinte anti-regime di Solidarnosc in Polonia? e così via); 3) l’azione diplomatica svolta dal card. Casaroli verso la Cina sia interamente riconducibile al modello dell’Ostpolitik; 4) papa Francesco ispiri la sua azione al card. Casaroli e all’Ostpolitik ecc. Sono tutte affermazioni discutibili perché rappresentano in modo troppo semplicistico questioni storiche molto complesse.

Ma non intendo qui entrare nel merito di tali questioni. Credo infatti sia più importante affrontare il problema di fondo: che influenza ha esercitato l’Ostpolitik sulle relazioni tra S. Sede e Cina che hanno portato all’Accordo con la Cina del 2018? A me pare che tale influenza non sia stata decisiva e che, più forte inizialmente, sia poi progressivamente diminuita. In particolare, l’Accordo del 2018 non mi pare abbia avuto un ruolo cruciale.

Andrea Riccardi ha inquadrato questo problema in termini generali osservando che:

“il modello della politica orientale, il cui massimo artefice è stato il card. Casaroli […] mal si adatta alla Cina. Questo modello corrisponde ad una visione della Cina in primo luogo come paese comunista, in cui esiste una “Chiesa del silenzio”, cioè una cristianità perseguitata, come si diceva negli anni della guerra fredda (questa espressione, tuttavia, fu rifiutata da Giovanni Paolo II, appena eletto papa, ad Assisi nel 1978). […] Ma la realtà della Cina contemporanea è più complessa. […] Non voglio dire che il comunismo […] non abbia segnato a fondo la storia di questo paese, ma non andrebbero utilizzati gli stessi criteri che venivano impiegati per i paesi comunisti europei. Sia per quanto riguarda lo scontro, sia per quanto riguarda il dialogo. La realtà religiosa cinese – indubbiamente problematica – va esaminata da un’altra prospettiva”.

Le parole di Andrea Riccardi trovano conferma nell’assenza di riferimenti alla Cina sia nel libro, Il martirio della pazienza scritto dal card. Casaroli sia in tutta la più importante letteratura sulla storia dell’Ostpolitik vaticana. Per i protagonisti e per gli studiosi, cioè, la Cina è sempre rimasta ai margini dell’Ostpolitik. Ma le osservazioni di Andrea Riccardi vanno al di là del rapporto tra Ostpolitik e Cina e pongono una questione più ampia: l’applicabilità alla Cina di tutti gli schemi – intransigenti o accomodanti – applicati dalla S. Sede al comunismo europeo. Insomma non solo l’Ostpolitik ma anche lo scontro frontale.

Il problema dell’applicabilità complessiva di tali schemi al caso cinese può suscitare sorpresa, perché indubbiamente la Repubblica Popolare Cinese si è ispirata al modello sovietico e si è richiamata all’ideologia comunista nella sua politica verso le religioni. C’ è però un’evidenza difficilmente confutabile con cui bisogna fare i conti: dopo il 1949, nei confronti della Chiesa cattolica in Cina c’è stato anche qualcosa di diverso e di più profondo rispetto ai paesi comunisti europei. Qualcosa che ha avuto effetti ancora più gravi. Lo mostra il problema drammatico della divisione della Chiesa cinese tra “patriottici” e “clandestini”, a seguito delle ordinazioni illegittime cominciate nel 1957 (in nessun altro paese comunista si è realizzata una simile divisione, anche se è possibile riscontrare qualche analogia in Cecoslovacchia).

In estrema sintesi si può dire che, nei confronti della Chiesa cattolica, del suo carattere universale e del ruolo del Papa, ha avuto grande influenza una questione specificamente cinese. La riassumerei così: la questione di una concezione della sovranità che gli occidentali fanno fatica a capire e che tocca il senso stesso dell’identità cinese. Tanta insistenza sul tema della sovranità venne motivata dopo il 1949 con la percezione di un atteggiamento colonialista della Chiesa cattolica quale alleata dell’imperialismo occidentale. Ma le sue origini si collegano, più al fondo, ad eredità storico-culturali di lungo periodo riguardo alla collocazione cinese nel mondo e al modo stesso di definire che cosa è la Cina (il termine Cina, tra l’altro, è un’invenzione occidentale). La concezione cinese della sovranità si radica, in altre parole, nella storia bimillenaria del Celeste Impero che le vicende dell’ultimo secolo hanno archiviato solo in parte. Tale concezione si è affiancata all’approccio ideologico marxista e ha finito in molti casi per prevalere. E’ in nome della loro idea di sovranità che le autorità cinesi hanno imposto ai cattolici in Cina di non obbedire al Papa in quanto autorità straniera, hanno rifiutato le “interferenze” della S. Sede nelle nomine dei vescovi e hanno protestato per le relazioni diplomatiche con Taiwan. Sono questioni non ascrivili a una matrice ideologico comunista (semmai potrebbero essere definite “nazionaliste”, ma anche questo termine può essere fuorviante perché rimanda a un’idea occidentale di nazione).

Le conseguenze di questo modo di concepire e praticare la sovranità hanno costituito motivo di grave preoccupazione per tutti i papi, angustiati anzitutto dalla separazione forzata dei cattolici cinesi da Roma. Su questo punto è però importante essere molto chiari: malgrado i timori di alcuni per la possibilità di uno scisma (e quelli di pochi per la possibilità addirittura di un’“eresia cinese”), Roma non ha mai riconosciuto l’esistenza di uno scisma nella Chiesa cattolica cinese (né tantomeno di un’“eresia”). Anche la parola “indipendenza” riferita a questa Chiesa – sul cui significato è aperta da tempo una intensa discussione – non ha implicato finora uno scisma (e difficilmente lo farà in futuro). E’ però certo che il problema dei rapporti tra il Papa e la Chiesa cattolica in Cina abbia costituito e costituisca anche oggi per la S. Sede un problema molto rilevante, anche perché proprio tale problema ostacola fortemente l’azione missionaria di questa Chiesa, la cui “estroversione” evangelizzatrice è fortemente impedita dalle sue conseguenze.

E’ stata proprio la specificità di tali questioni che ha spinto i pontefici ad allontanarsi – anche se spesso in modo graduale, parziale e non lineare – da una interpretazione della questione cinese esclusivamente in chiave di influenza marxista-leninista e dall’adozione sia degli schemi dell’Ostpolitik sia di quelli della contrapposizione.

Da Paolo VI a Giovanni Paolo II

Già Paolo VI si mosse in questa direzione: per certi aspetti, la continuità evocata dalla lettera del card. Re può essere anticipata a Papa Montini. Spiega il biografo di Casaroli, Roberto Morozzo della Rocca che, negli anni Settanta, per la S. Sede

“Mosca, pur dominando terre fino all’oceano Pacifico, era in un continente dalle indubbie radici ebraico-cristiane; invece Pechino era in Asia, continente con altra storia e più complessa caratterizzazione spirituale”.

Paolo VI cercò di avvicinarsi alla Cina con le parole pronunciate nel 1965 all’ ONU e con quelle del 1970 ad Hong Kong, cui Casaroli fece seguire un’intervista distensiva verso i cattolici “patriottici”. L’anno successivo, quando la Cina popolare subentrò a Taiwan alle Nazioni Unite, Paolo VI meditò il possibile trasferimento della nunziatura da Taipei a Pechino e poi abbassò il livello della rappresentanza pontificia a Taiwan. Da parte cinese ci fu molta attenzione verso le parole di Paolo VI, ma vennero giudicate prive di effetti concreti.

Giovanni Paolo II si inserì in questa linea tracciata dal suo predecessore. Anche con papa Wojtyla, scrive Andrea Riccardi, si confermò che “la politica orientale vaticana, alla Casaroli, non poteva rispondere alle necessità di un dialogo con la Cina, anche se era l’unico strumento che la Santa Sede si trovava nelle mani”. Nei suoi primi atti Karol Wojtyla manifestò attenzione verso la comunità “clandestina”, ma avrebbe anche “voluto provare a stabilire nuovi rapporti” con le autorità cinesi. In questa chiave quando nel 1980 il card. Etchegaray fu invitato in Cina lo incoraggiò e, nel 1981, durante il suo viaggio in Asia, evitò di sorvolare Taiwan, come pure di visitare Hong Kong, per non urtare la suscettibilità delle autorità cinesi. Mandò intanto Casaroli nella colonia britannica. Ne scaturirono una serie di vicende che culminarono con la rottura seguita alla nomina papale ad arcivescovo del vescovo Deng Yiming di Canton che da parte cinese fu ritenuta una interferenza illegittima mentre per il Papa era un’espressione normale della sua autorità universale. Anche questo “incidente” rimanda specificamente al confitto tra senso cinese della sovranità e governo universale della Chiesa cattolica, piuttosto che alle questioni della libertà religiosa e dei diritti umani in generale. In questa linea, nel 1982 Giovanni Paolo II lanciò un vibrante appello in cui riconobbe che “già da qualche tempo, in quel grande paese le esigenze della libertà religiosa [avevano] trovato maggiore comprensione”, ma denunciò vigorosamente l’assenza di “una relazione visibile” tra la Sede romana e i cattolici cinesi.

Negli anni successivi, però, Giovanni Paolo II e la S. Sede maturarono un nuovo atteggiamento verso la questione cinese, anche sotto la spinta delle notizie che venivano dai missionari e che riferivano di tanti cattolici “patriottici” ma fedeli a Roma. Ricordo l’importante opera svolta in questo senso da p. Politi, da p. Lazzarotto, da p. Charbonnier, da p. Heyndrickx e da tanti altri. Il papa cercò di affrontare le accuse, rivolte in Cina contro i cattolici, di avere legami con una potenza straniera (e ostile) e di non essere buoni cittadini cinesi. Intensificando i riferimenti all’esempio di Matteo Ricci, sottolineò che la S. Sede aveva un interesse sincero per il benessere del popolo cinese e per lo sviluppo della Cina e che i cattolici cinesi erano buoni cittadini. Cercò inoltre di rilanciare il dialogo e scrisse una lettera al Presidente Deng Xiaoping.

A questo periodo appartiene anche l’inizio del riconoscimento di molti vescovi legittimi. Tale scelta, sostenuta allora con convinzione anche dal card. Ratzinger, il futuro Benedetto XVI, ha rappresentato un passaggio essenziale verso l’Accordo del 2018. Non a caso, alla vigilia di quest’ultimo, anche gli ultimi otto vescovi illegittimi sono stati riconosciuti. Tale riconoscimento è stato oggetto di polemiche ma va ricordato che è conseguenza di una decisione presa durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Fu il punto di arrivo di un’indagine molto scrupolosa, svolta sotto il profilo teologico, liturgico, storico e morale, che giunse ad individuare ragioni esclusivamente politiche delle ordinazioni episcopali illegittime. Si giudicò inoltre che, anche se erano state autorità comuniste ad imporre tali ordinazioni, ciò non cambiava la loro natura e non costituiva un ostacolo per il riconoscimento papale dei vescovi illegittimi (a condizione che questi lo chiedessero nel modo dovuto). Inizialmente contrastato dalle autorità cinesi, tale riconoscimento è poi anch’esso divenuto nel tempo funzionale ad un’affermazione di “sovranità”.

Insomma, già negli anni Ottanta, anche se senza effetti concreti, Giovanni Paolo II ha “favorito il dialogo tra le due Parti e non la contrapposizione” per usare le parole del card. Re. Ma ciò che fece allora non fu giudicato sufficiente da Pechino, persuasa che si trattasse ancora di parole cui non seguivano fatti concreti: era la stessa critica formulata nei confronti di Paolo VI.

Verso “gesti concreti” di riconoscimento della sovranità della Repubblica popolare cinese, la S. Sede si è avviata con maggior convinzione dopo il 1989. Non è casuale: la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Urss e la fine della guerra fredda cambiarono profondamente lo scenario internazionale. Contribuirono, in particolare, a far superare definitivamente l’immagine della Cina come “appendice” asiatica del blocco comunista (anche se la sua politica era stata spesso in contrasto con quella dell’Urss).

In Occidente, la rivolta di piazza Tian’anmen ripropose con forza l’immagine “comunista” della Cina – e la questione dei diritti umani – proprio mentre il comunismo sembrava – ad occhi occidentali – uscire dalla storia. Giovanni Paolo II manifestò dolore per un momento così triste e drammatico nella storia del popolo cinese, pianse i giovani uccisi mentre lottavano per la democrazia e chiese alle autorità cinesi rispetto della verità, della giustizia e della libertà. Il papa mantenne un atteggiamento severo su tali eventi anche negli anni successivi. Ma, da un lato, la Cina e gli altri Stati comunisti rimasti nel mondo non rappresentavano più una grave minaccia per l’esistenza stessa della Chiesa cattolica come l’aveva invece rappresentata il blocco sovietico; dall’altro, la Cina sembrava seguire un modello di sviluppo sempre più lontano da quello marxista classico. Il Papa e la S. Sede, insomma, non abbandonarono un giudizio storico negativo sul comunismo, ma la Cina fu percepita sempre più come un caso non riconducibile ai modelli del comunismo europeo (che non c’erano più). Tutto ciò spinse a guardare di più la Cina per “quello che è”, alle sue specificità storiche, sociali e culturali; alla sua “alterità” rispetto alla civiltà occidentale, prospettive legate funzionali anche ad una maggiore contestualizzazione della missione nell’ ottica del Vaticano II. In questa luce, la sostituzione del card. Casaroli ai vertici della Segreteria di Stato non appare tanto un abbandono specifico dell’Ostpolitik quanto un’espressione dell’esigenza più ampia di ri-orientare l’azione diplomatica della S. Sede verso priorità diverse dalla questione comunista.

Questo nuovo scenario e queste nuove prospettive hanno permesso nuovi sviluppi nelle relazioni tra S. Sede e Repubblica popolare cinese. Nel 1999, rivolgendosi al corpo diplomatico e in occasione del ritorno di Macao alla Cina, Giovanni Paolo II espresse l’auspicio di una riunificazione fra le “due Cine” e la speranza di una piena comunione tra Roma e i cattolici cinesi. Nel marzo dello stesso anno, il Segretario di Stato, card. Sodano dichiarò che la rappresentanza diplomatica della Santa Sede poteva essere spostata da Taipei a Pechino dalla sera alla mattina. I contatti attraverso l’Ambasciata cinese a Roma e alcuni viaggi di rappresentanti vaticani in Cina portarono a una possibile intesa e alla stesura di una bozza di accordo. Il tentativo fallì e una delle cause fu la canonizzazione di centoventi martiri cinesi il 1 ottobre 2000. Anche questo è un incidente rivelatore della particolare sensibilità cinese verso il tema della sovranità. Fu infatti ritenuto offensivo non solo scegliere per la celebrazione il giorno della festa nazionale per la Liberazione del 1949 ma anche canonizzare figure di santi, in gran parte occidentali, martirizzati da cittadini cinesi prima dell’avvento del comunismo in Cina. Mi pare emblematico della concezione ampia della sovranità di cui si è detto che persino la canonizzazione di santi sia considerata da politici e diplomatici cinesi una questione di sovranità. La rottura del 2000 costituì per Giovanni Paolo II un trauma, dopo il quale moltiplicò i tentativi per rilanciare il dialogo con le autorità cinesi, senza riuscire – apparentemente – a raggiungere risultati concreti.

In conclusione, credo si possa dire che, nei confronti della Cina, il pontificato di Giovanni Paolo II abbia conosciuto un’evoluzione. Fin dall’inizio, ci furono da parte sua un’apertura e un desiderio sincero di avviare rapporti, che furono però bilanciati da atti che affermavamo l’autorità papale indipendentemente da quella cinese e da un sostanziale immobilismo riguardo al problema di Taiwan e delle relazioni diplomatiche. Verso la fine degli anni Novanta, invece, Giovanni Paolo II era pronto a spostare la nunziatura da Taiwan a Pechino e ad un accordo sulle nomine dei vescovi. Al momento della sua morte, per la prima volta dal 1949 le autorità cinesi espressero pubblicamente il loro cordoglio per un papa e gli riconobbero di aver preso le distanze dal colonialismo e di aver cercato un rapporto spirituale con i cattolici cinesi che non interferiva con la sovranità e l’autonomia della Repubblica popolare cinese. Sono tutti elementi che rendono più che fondato parlare di continuità fra Giovanni Paolo II e Papa Francesco, legata anche al progressivo superamento da parte del primo del collegamento tra questione comunista e rapporti con la Cina.

Da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI

Continuità c’è stata sicuramente anche tra Giovanni Paolo II e il suo immediato successore, Benedetto XVI. Ma anche tale continuità non è riducibile ad una comune ostilità verso l’Ostpolitik, anche se entrambi nutrivano riserve su tale politica. Il nuovo pontificato, piuttosto, ereditò il clima più positivo nei rapporti con le autorità cinesi preparato dagli ultimissimi anni di Giovanni Paolo II. Si avviarono subito rapporti riservati tra rappresentanti vaticani e cinesi che si incontrarono diverse volte a Roma e a Pechino tra il 2006 e il 2009. Il dialogo mise in secondo piano la questione di Taiwan e quella – connessa – delle relazioni diplomatiche, a causa di nuovi sviluppi nei rapporti tra Pechino e Taipei. Riguardò invece soprattutto il ruolo delle due parti nel processo di selezione dei nuovi vescovi cattolici in Cina, mentre nuovi vescovi – non tutti – vennero ordinati con il consenso di ambedue le parti.

Nel 2006, però, il papa volle compiere un gesto di attenzione nei confronti del cattolicesimo cinese e creò cardinale il vescovo di Hong Kong, mons. Joseph Zen Ze-kiun, in continuità con il suo predecessore, John Baptist Wu Cheng-chung, creato cardinale da Giovanni Paolo II. Le autorità cinesi, però, non avevano accettato che il card. Wu Cheng-chung svolgesse un ruolo di mediazione nei rapporti con la Repubblica popolare cinese e accolsero molto negativamente la creazione cardinalizia di un altro vescovo di Hong Kong, giudicandola una pesante interferenza. Anche queste posizioni riflettono l’atteggiamento di Pechino verso la questione della sovranità cinese, i cui riflessi sulla questione di Hong Kong sono sempre stati molto rilevanti, come vediamo anche oggi.  Così, proprio nel momento in cui il neocardinale si sentì investito di una maggiore responsabilità per quanto riguardava la Chiesa in Cina, divenne per lui impossibile compiere viaggi nella mainland, dove invece in precedenza si recava abitualmente, in particolare a Shanghai, sua città natale, trovandosi così tagliato fuori da molti contatti diretti anche con funzionari governativi da lui coltivati in precedenza.

Com’è noto, Benedetto XVI espresse in modo compiuto il suo pensiero sulla Cina nella sua Lettera ai cattolici cinesi del 2007. In linea con le decisioni prese dalla S. Sede – anche con il suo contributo – negli anni Ottanta del secolo scorso sul riconoscimento dei vescovi illegittimi, il Papa lanciò un’esortazione alla riconciliazione e all’unità tra cattolici “clandestini” e “patriottici”. Dichiarando la “clandestinità” della Chiesa una condizione subìta ma non auspicata e perciò accettabile solo in via provvisoria, spinse i cattolici “clandestini” verso una graduale “ufficializzazione”. Espresse inoltre la speranza “di vedere presto instaurate vie concrete di comunicazione e di collaborazione fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese». Benedetto XVI fu insomma esplicito nell’indicare gli obiettivi dell’unità della Chiesa in Cina, del riconoscimento dei vescovi clandestini e di un accordo tra S. Sede e Repubblica popolare cinese.

Nella Lettera non ci sono riferimenti critici all’Ostpolitik e non vi si trovano condanne del comunismo. In tema della libertà religiosa, affrontando con un certo realismo la situazione esistente in Cina, Benedetto XVI riprese le parole di Giovanni Paolo II riconoscendo che “negli ultimi anni la Chiesa gode, rispetto al passato, di una maggiore libertà religiosa”, ma lamentò “gravi limitazioni che tocca[va]no il cuore della fede e che, in certa misura, soffocano l’attività pastorale”. Chiese perciò “allo Stato di garantire ai […] cittadini cattolici il pieno esercizio della loro fede”. Insomma, dopo aver ribadito che “la Chiesa cattolica che è in Cina [non] ha la missione […] di cambiare la struttura o l’amministrazione dello Stato”, avanzò richieste che riguardavano solo i cattolici, non i diritti di tutti i credenti o di tutti i cittadini. Pur ricordando che “la Santa Sede amerebbe essere completamente libera nella nomina dei Vescovi” Benedetto auspicò “un accordo con il Governo per risolvere alcune questioni riguardanti sia la scelta dei candidati all’episcopato sia la pubblicazione della nomina dei Vescovi sia il riconoscimento — agli effetti civili in quanto necessari — del nuovo Vescovo da parte delle Autorità civili”. E’ la strada poi ripresa e continuata da Francesco: l’Accordo del 2018 si inquadra pienamente nella cornice tracciata dalla Lettera del 2007.

Com’è noto, nella Lettera Benedetto XVI sollevò anche il problema dell’ingerenza di organismi laici nella vita della Chiesa, il problema cioè dell’Associazione patriottica. Criticò inoltre l’imposizione di impegni «contrari ai dettami della […] coscienza di cattolici» imposti ai vescovi clandestini. Questi rilievi non contraddicevano gli obiettivi esplicitamente indicati, pur ricordando l’esistenza di altre questioni che dovevano essere risolte. Benedetto XVI, però, non indicò come tali problemi dovessero essere risolti e lasciò ai vescovi cinesi la responsabilità di scelte concrete circa il loro riconoscimento.

Non stupisce perciò quanto ha scritto il card. Re nella sua Lettera del 26 febbraio 2020: “Dopo aver preso conoscenza di persona dei documenti esistenti presso l’Archivio Corrente della Segreteria di Stato, sono in grado di assicurare […] che Papa Benedetto XVI aveva approvato il progetto di Accordo sulla nomina dei Vescovi in Cina, che soltanto nel 2018 è stato possibile firmare”. La piena consonanza si spiega con il fatto che l’Accordo del 2018 risponde pienamente alle finalità indicate dalla Lettera del 2007.

Il card. Re non precisa le date, ma presumibilmente si riferisce al 2009, quando si arrivò ad una bozza concordata tra le due parti “fino alle virgole”. Perché allora – ha chiesto qualcuno – non si è giunti già allora ad una ratifica ufficiale dell’accordo approvato a suo tempo a Benedetto XVI? In teoria, i motivi potrebbero essere moti. Ma un cambiamento da parte cinese appare improbabile per diverse ragioni e soprattutto perché lo stesso testo è stato sottoscritto da tale parte nel 2018.  Poco plausibile appare anche l’ipotesi che Benedetto XVI abbia cambiato idea e sia tornato sui suoi passi. E’ più probabile che alla firma dell’accordo sulla nomina dei nuovi vescovi da lui approvato non si sia arrivati perché alcuni collaboratori del papa hanno cercato di aggiungere ad esso un’intesa su altre questioni, come ad esempio l’Associazione patriottica, i vescovi clandestini o i confini delle diocesi. Ci può essere stata, insomma, una sorta di dilazione-rilancio.

In una trattativa diplomatica, tuttavia, è normale che proposte avanzate dopo che l’accordo è già stato raggiunto – e mentre e ne rinvia la firma – urtino la controparte, convinta che si sia già raggiunta un’intesa. In ogni caso, è certo che questo tentativo di dilazione-rilancio è fallito e alla mancata ufficializzazione dell’Accordo sono seguiti anni di scontri durissimi tra le due parti, con ordinazioni illegittime e scomuniche. Sono scontri per cui i cattolici cinesi hanno pagato prezzi altissimi: ricordo un solo caso, quello del vescovo Ma Daqin di Shanghai, impedito fino ad oggi di esercitare le sue funzioni proprio perché coinvolto in quella contrapposizione, con molti effetti dolorosi non solo su di lui ma anche su quella che è stata ed è la più importante diocesi cinese. Tante sofferenze, inoltre, sono state inutili: la situazione non è cambiata. Non a caso, prima ancora della rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI e dell’elezione di papa Francesco, la diplomazia cinese riprese i sondaggi per proporre la firma dell’Accordo che le due parti avevano a suo tempo approvato e che nessuna delle due aveva successivamente ripudiato.

Papa Francesco

Dopo la sua elezione, papa Francesco ha rivolto una grande attenzione verso la Cina, guardando alla civiltà e alla cultura di questo popolo e di questo Paese, piuttosto che all’ideologia dei suoi dirigenti. Ma ciò non mi pare espressione di Ostpolitik quanto piuttosto di continuità con lo spostamento, già iniziato dai suoi predecessori ,verso una considerazione della Cina non per come la vediamo noi occidentali ma per “quello che è”, in base alla sua collocazione geografica, alla sua storia millenaria, alle sue aspirazioni attuali ecc.

Quando è stato eletto, papa Bergoglio si è trovato davanti ad una situazione fortemente segnata dalle dinamiche degli anni precedenti nei rapporti tra S. Sede e Cina. In tali rapporti questo Papa ha portato certamente il contributo della sua umanità e della sua sensibilità, come si è accennato, ma non era in suo potere cambiare i termini fondamentali della questione. Francesco infatti si è trovato di fronte a un’alternativa non creata da lui ma ereditata da Benedetto XVI: l’alternativa tra continuare nello scontro o firmare l’Accordo. La decisione non è stata presa a cuor leggere e si è giunti ad una conclusione dopo più di cinque anni di riflessioni. Ma per Francesco c’erano sostanzialmente solo due possibilità: accettare un Accordo che era già stato approvato dal suo predecessore oppure continuare in uno scontro con effetti devastanti per i cattolici cinesi. La firma del 2018 è stata la conseguenza del fallimento dei tentativi messi in atto dopo il 2009. Ciò però non significa che Francesco abbia abbandonato il proposito di affrontare le altre questioni non considerate dall’Accordo: vescovi clandestini, Associazione patriottica, confini delle diocesi ecc. Semplicemente, ha dovuto constatare l’impossibilità di risolverli contestualmente all’intesa sui vescovi e si è proposto di affrontarli dopo tale intesa. E’ ciò che sta effettivamente succedendo e che si spera continui a succedere nei tempi più rapidi possibile. Come si vede, anche tra Benedetto XVI e papa Francesco non c’è stata solo piena identità di vedute sull’Accordo ma anche forte continuità sulle finalità da perseguire complessivamente. Non ci sono stati, insomma, né “cedimento” né “svendita”.

In conclusione, vorrei tornare al punto da cui sono partito. Con l’Accordo del 2018, come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI anche Francesco ha perseguito i fini della salus animarum e della libertas ecclesiae: l’annuncio del Vangelo di salvezza e la possibilità per la Chiesa di svolgere la sua missione. Li hanno perseguiti tutt’e tre misurandosi con la realtà storica della Cina contemporanea – che si è tra l’altro modificata nel corso del quarantennio – e in particolare con il problema della concezione cinese della sovranità. Ciò non significa che, così facendo, si siano occupati solo della Chiesa cattolica disinteressandosi dei problemi e delle aspirazioni di tanti non cattolici. Migliorare la condizione in cui questa Chiesa si trova significa infatti contribuire indirettamente a migliorare anche la condizione degli altri credenti e portare benefici a tutto il popolo cinese. Ecco perché aver cercato quella che il card. John Tong ha chiamato il “diritto essenziale” della nomina dei vescovi da parte del Papa non implica un “tradimento” nei confronti di altri. La Chiesa sconta una marginalità millenaria nella società cinese e deve liberarsi al più presto di pesi impropri che non le permettono di dedicarsi totalmente a problemi pastorali urgenti come una maggiore presenza nei grandi centri urbani, l’evangelizzazione dei giovani, la questione delle vocazioni, la formazione dei sacerdoti e delle suore… Se non si impegna in altre battaglie che oggi non è in grado di sostenere è perché spera di poterlo fare domani.

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